Nei giorni scorsi sono tornato a Roma e, nonostante i quasi quattro anni di vita trascorsi nella Capitale, ho avuto modo di vedere per la prima volta in opera un gruppo di ragazzi giovanissimi (ventenni circa) che, capeggiati da una suora sprint, si battevano ogni angolo del Colonnato di San Pietro offrendo pasti pronti, merendine e bibite ai senza tetto che lì dimorano quotidianamente.
Mi ha colpito non l’attività in sé, ma la confidenza che avevano con i vari utenti, un mix di gioia e divertimento. Tutto ciò mi fa pensare che non sono stato testimone occasionale di un’attività sporadica, ma che ci sia dietro una certa continuità. Mi ha colpito la giovane età di questi ragazzi e le loro facce felici. Ho provato una strana sensazione.
La realtà dei senza tetto a Roma, come in tutte le grandi città, è una vera piaga sociale. Fortunatamente ci sono moltissime realtà che operano al contrasto di questo fenomeno o più semplicemente ad alleviare le sofferenze. Penso alla Comunità di Sant’Egidio, una bellissima realtà nata più di 50 anni fa a Trastevere ed oggi divenuta internazionale. Seguo spesso le loro attività sui media ed ho avuto il piacere di intervistarli su Radio Diaconia con la mia amica/collega Angelica intervistando Corrado Petrucci per uno dei loro progetti natalizi.
Non mi nascondo dall’ammettere che avrei voluto vivere con loro un’esperienza più profonda e attiva, se non fosse stato per il mio poco coraggio e per davvero i pochi ritagli di tempo che mi riservava la mia vita romana. Ma mai dire mai. Forse è questa la strana sensazione a cui accennavo prima.
Nel frattempo però mi rendo conto che ci sono mille modi per sostenere le iniziative caritative. Innanzitutto, quando non si ha tempo da donare, è sempre possibile finanziare anche con pochi euro. Sono innumerevoli i progetti e i servizi di accompagnamento per i poveri, a partire dall’Elemosineria Vaticana che, per volontà di Papa Francesco, ha acquistato e fatto somministrare vaccini a chi, oltre non avere tetti, molto spesso non ha neanche una tessera sanitaria.
Oppure i tanti progetti promossi da Caritas Italiana, Croce Rossa, Chiesa Valdese, e tante onlus di varie ispirazioni capaci di intercettare bisogni e fragilità, provando quotidianamente a offrire occasioni di riscatto per tanti. Se c’è una cosa che questa pandemia ci ha insegnato è che: nonostante i nostri progressi, la solidarietà non può essere scartata.
Oltre alle iniziative organizzate, c’è poi il metodo più semplice e immediato: non voltarsi mai dall’altra parte. I poveri molto spesso li abbiamo in famiglia o sul pianerottolo di casa. La sfida è quella di riconoscere le povertà, che spesso sono culturali prima ancora che materiali, e provare a farsi prossimi.
A volte costa molta fatica (a me per primo!). Sembra un po’ un predicozzo, ma se ci fermiamo un secondo a riflettere si tratta semplicemente di umanità.


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