A dire il vero i passi che ho fatto in appena cinque giorni, con tanto di contapassi al polso, sono stati più di 118.000 (equivalenti a circa 79 km). Succede quando si fa un viaggio in un posto che non si conosce. E un po’ mi vergogno a dirlo, ma non ero mai stato a Venezia. In terza media rinunciai alla gita scolastica, chiedendo ai miei genitori di spostare il budget per il campo estivo con gli scout. Buona com’è andata.
Così, approfittando delle riaperture, del ponte del 25 aprile e di qualche amico da andare a trovare, ho preso un biglietto, comprato la guida Lonely Planet, e sono partito alla scoperta de “La Serenissima” con una bella coincidenza: l’inizio della 59ª edizione della Biennale di Venezia, Esposizione Internazionale d’Arte.
Una città meravigliosa. Lo dicono in tanti ma fin quando non la vivi, non ci credi. Il racconto del mio viaggio certamente non aggiunge nulla a quanti in tutto il mondo ne scrivono e la esaltano. Però qualche foto e qualche piccolo aneddoto, con tutte le difficoltà di fare sintesi per così tanta bellezza, devo lasciarli sul mio blog personale (sempre con la fissazione di conservare ricordi e sapere dove trovarli semmai dovessi averne bisogno).
I profumi, la Biennale e i contrasti d’arte
Non è stato ancora inventato un plugin di WordPress che permetta di trasmettere i profumi delle esperienze. Ad esempio come quella di assaporare un cartoccio di frittura mista con farina di polenta, accompagnato da un Campari spritz, seduto al tavolino (vista canale) del ristorante Casa Bonita a due passi dal Ponte delle Guglie. Oppure l’esperienza di immergersi all’interno dell’ex Arsenale militare e camminare lungo la Biennale una grande esposizione d’arte, ricca di profumi e sensazioni dal titolo “Il latte dei sogni” curata per la prima volta nella storia da una donna: Cecilia Alemani. Tra le provocazioni e leriflessioni su ambiente, ruolo della donna e situazione post pandemia che hanno fatto da filo conduttore di tutta la 59ª edizione, degno di nota è sicuramente il padiglione Italia con l’esposizione “Storia della Notte e Destino delle Comete” di Gian Maria Tosatti, con una ricostruzione fedelissima di una piccola fabbrica disabitata.
Ma Venezia è tutta una grande esposizione storica. Un mix di arte e contrasti. Come ad esempio la basilica di San Marco con tratti orientali e arabeggianti, oppure la mitica collezione “Peggy Guggenheim“ o il celebre graffito “Bambino con il fumogeno” di Banksy apparso misterioso nel 2019, oppure il supermercato Despar nato all’interno del Teatro Italia in pieno centro storico. Potrei stare ore ed ore ad elencare le bellezze e anche gli angoli nascosti di questa città. Ma è così di dominio universale, che non c’è nessuno da convincere su questo tema.
La normalità e l’esperienza nel primo Ghetto al mondo
Tornando alle esperienze, sono rimasto ammaliato dalla sveglia della città al mattino presto, quando ancora non sono arrivati i turisti, alle prese con il fare tutto senza auto con una spettacolare normalità sull’acqua e in barca: la raccolta dei rifiuti in barca, il postino in barca, il taxi in barca, l’ambulanza in barca, il parcheggio per le barche… tutto quello che normalmente in tutte le città si fa su strada in auto, a Venezia si svolge sull’acqua in barca. Meraviglioso.
Infine, sempre per le coincidenze inaspettate, il 25 aprile, giornata dell’anniversario della Liberazione dell’Italia dal Nazifascismo, sono stato in visita al Ghetto veneziano. Il primo ghetto al mondo, luogo in cui è stato coniato lo stesso nome partendo dal nome della zona “Geto”, che in veneziano significa Fonderia, luogo della città in cui nell’anno Mille la già multiculturale Venezia diede ospitalità alla prima comunità di ebrei fuggiti dal centro Europa.
Il 25 aprile, inoltre, è la festa di San Marco evangelista. La tradizione veneziana vuole che ad ogni donna venga donato un bocciolo di rosa. Una rosa “in memoria di Virginia Gattegno” superstite della Shoa (morta lo scorso 22 febbraio) è stata deposta accanto al monumento dedicato ai 246 ebrei deportati da Venezia nei campi di concentramento dai quali se ne salvarono soltanto 8, tra cui Virginia.
Questa è stata Venezia nei miei cinque giorni di permanenza. Una città da vivere, che continua a mantenere la sua autenticità nonostante l’invasione di turisti e forestieri. Autentica nell’arte, nella cucina tipica, nel mercato del pesce di Rialto e nella semplicità dei panni stesi ad asciugare al sole in ogni strada o canale, nonostante l’umidità.
Per tutto il resto, lascio qui una piccola galleria fotografica:






















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