Era un caldo giugno del 2018 quando con un gruppo di amici capitanati da Donato Marino (fresco di elezione al Consiglio comunale di Fasano) venne fuori l’idea di organizzare un festival che parlasse alla comunità cittadina di pace, cooperazione e di Mediterraneo. Un festival gratuito, aperto a tutti, per parlare di tutti.
Nella semplicità di una chat di gruppo su WhatsApp, è nato così il festival “Tempeste – Immagini, suoni e racconti dal Mediterraneo”, una rassegna che già dalla prima edizione è risultata vincitrice di finanziamento regionale tramite il bando “Pace e sviluppo delle relazioni tra i popoli del Mediterraneo” e co-finanziato dal Comune di Fasano in qualità di ente capofila del progetto, assieme ad una fitta rete di enti ed associazioni.
Partendo dall’immagine della tempesta in mare, attraverso le forme dell’arte (musica, cinema, racconti, mostre,…), il festival vuole invitare tutti i partecipanti a non girare la faccia dall’altra parte.
L’obiettivo condiviso con tutti è quello di richiamare l’attenzione su temi delicati e scomodi, troppo spesso relegati ai margini del dibattito pubblico e del politico. Temi come le migrazioni, la pace, la cooperazione e la “convivialità delle differenze” che la frenesia quotidiana molto spesso ci fanno mettere in secondo piano, in soffitta o sotto il tappeto. Problemi complessi che soltanto le persone superficiali possono semplificare in maniera banale. Ecco, il festival nasce con l’obiettivo di offrire una narrazione alternativa, e di analisi profonda, a partire dalle nostre coscienze, all’interno delle quali non bisogna mai spegnere le tempeste.
Ci conosciamo da quasi 20 anni, e fino a quel giorno pensavamo di aver organizzato di tutto: in Parrocchia, nell’associazionismo e in qualche battaglia politica con le “nostre utopie” da portare sulla terra (referendum, primarie, proteste sotto il Palazzo della Regione e partecipazione a competizioni elettorali). Ma non eravamo ancora arrivati ad immaginare di organizzare un festival. “Una follia” ci piace chiamarla ancora oggi, sorridendo increduli, ogni qual volta pensiamo alle edizioni trascorse (siamo a quattro!), ai salti mortali fatti, al tempo donato con generosità e quando nella calma notiamo che quei timidi passi della prima edizione sono diventati oggi una certezza ed un appuntamento fisso. Quei timidi passi iniziali continuano a generare relazioni, ricordandoci di non essere soli a sognare un mondo migliore e senza rassegnazioni.
Dopo quattro anni, e un futuro ancora tutto da scrivere, penso ai tanti amici e ospiti che hanno contributo alla “nostra” narrazione, così come tante le associazioni che si sono aggiunte alla nostra rete. Impossibile citare tutti, penso però ad ospiti come Nichi Vendola, Giuliana Sgrena, don Dino Pirri, Luciano Canfora, Moni Ovadia e quest’anno il piacevole incontro con l’on. Pietro Bartolo. Personaggi, o meglio persone, che incarnano nella propria attività culturale la testimonianza di un mondo reale: fatto di dolori, di viaggi e di accoglienza delle fragilità. Penso anche ai gruppi musicali come l’Orchestra dei Braccianti, l’Orchestra di Piazza Vittorio e Lo Stato Sociale (è stato bello vivere con questi ultimi una serata di impegno per Mediterranea Saving Humans). Penso poi al teatro, alla danza e al palco con “Senza Confine”, “Equilibrio dinamico” e “Il Teatro di Emergency” ormai ospiti fissi di ogni edizione, con un connubio artistico coerente che ci lascia ogni volta senza parole. Infine penso alle tante realtà culturali, associative e scolastiche che in forma di partenariato o sostenitori, ai tanti amici singoli, che contribuiscono alla riuscita di questo progetto.
Ero partito con non voler fare un elenco, ma alla fine l’ho fatto. Ogni edizione è una scommessa, una crescita e il sogno di poter abbracciare quanta più gente possibile, affinché non prevalga mai l’assuefazione, ma la speranza di un mondo in pace e migliore.
Ci vediamo alla prossima edizione e agli appuntamenti extra che stanno già frullando nella testa di Donato (non si ferma mai). Nel frattempo pubblico un po’ di foto “storiche”.











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