Un’altra guerra. Un altro teatro di scontri e bugie. Putin contro l’Occidente.
Ce la raccontano i social network, ma anche i giornalisti sul campo: bombe dall’alto; carri armati sugli asfalti che schiacciano auto e distruggono tutto ciò che incrociano; aeroporti distrutti; anziani, giovani e bambini che si nascondono in rifugi antiaerei, che cercano di resistere alla drastica riduzione delle materie prime (energia, benzina, cibo, medicine) o provano a sconfinare per salvarsi. Questa è la guerra.
Fa un certo effetto sentirla così vicina a noi, come un fulmine a ciel sereno, al confine dell’Europa. Così come fa un certo effetto vedere i capi di Stato occidentali a bocca aperta, quasi impietriti. Scopriamo assieme a loro che la pace non è come credevamo noi: una condizione condivisa da tutti. Scopriamo assieme a loro che un’autarchia, tanto invocata da alcuni per criticare la democrazia, è capace di tutto e non ha alcun bilanciamento di potere (neanche davanti alle proteste dei cittadini e all’imbarazzo di alcuni graduati). Scopriamo assieme a loro che pian piano il nostro mondo sta dimenticando la sua storia di neanche 80 anni fa.
Un’altra guerra. Un altro teatro di scontri e bugie. Autarchia contro Democrazia.
L’economia come leva punitiva in tempi di globalizzazione. La consapevolezza che quelle punizioni possono rivelarsi dei veri e propri boomerang sulle economie interne di chi le emette, perché coinvolge tutti in quella fitta maglia di rapporti economici, di forniture e scambi commerciali figli della globalizzazione da una parte e della speculazione dall’altra. Compresa l’energia.
Un’altra guerra. Un’altra pagina di storia per provare a diventare migliori.
Non abbiamo avuto il tempo di apprezzare la discesa della curva dei contagi Covid-19, che questa nuova preoccupazione inaspettata riempie le nostre giornate di apprensione.
La speranza è quella che tutto questo tormento mondiale possa suscitare maggiore compassione in noi che osserviamo, e un maggior impegno da parte di tutti per un mondo migliore. Le premesse non sono buone sul fronte di Kiev, soprattutto se pensiamo ad un Capo di Stato costretto ad invitare i propri cittadini con “Armatevi di molotov”. Una frase forte, che fa male come un cazzotto, ma che rende l’idea dell’impotenza di uno Stato davanti ad una invasione che schiaccia tutto.
In tempi in cui l’apatia culturale, il relativismo e il secolarismo religiosi serpeggiano sempre come una minaccia incalzante nella nostra società del benessere, non mancano le occasioni per sentirsi dentro la storia, nonostante tutto. La raccomandazione, come sempre, è quella di non perdere la memoria.


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