Sanremo ha successo ogni volta che riesce ad essere lo specchio reale del nostro Paese. Ed anche quest’anno è così. La musica è espressione dell’intimità delle persone, e all’interno di un festival riuscire a rappresentare la varietà della nostra società significa, appunto, raccontare e rappresentare tutti. Musica tradizionale, moderna, sperimentale, neomelodica, autoriale e ogni altra categoria.
Nella serata delle cover di giovedì 9 febbraio, Ghali è riuscito a raccontare la sua storia, che è la stessa di quella di tanti giovani nati in Italia ma con origini di altri posti. Nel suo caso la mamma tunisina arriva in Italia giovanissima attraversando il Mediterraneo, si impianta a Milano dove nasce Ghali e passa una infanzia non proprio felice.
Nel suo medley di Sanremo, Ghali è riuscito a raccontare con musica e stile, evitando di prestare il fianco agli strumentalizzatori da strapazzo, il suo essere (non sentirsi, ma essere!) italiano.
Sul palco dell’Ariston inizia a cantare in arabo la sua “Bayna”, poi passa al suo maggior successo “Cara Italia” del 2008: aveva 24 anni e raccontava in rime rap il disagio sociale dell’essere un adolescente di periferia “Un po’ italiano, un po’ tunisino” con una forte e intelligente critica sociale.
L’esibizione si conclude con una versione elegante di “Italiano Vero” di Toto Cutugno e la celebrazione della musica. In un silenzio rumoroso del teatro.
Oltre alle parole e alla musica, e la canzone in gara a Sanremo è un’altra valida testimonianza, Ghali è portatore di attivismo sociale. Un anno fa ha anche acquistato una nave di salvataggio per Mediterranea chiamandola come la sua canzone “Bayna”.
“Cambiano i Ministri, ma non la minestra” cantava la sua canzone. Nel frattempo però cambia il Paese, si contamina e si arricchisce, e insieme ad esso cambia la musica. Musica che vince sempre su ogni cosa e su ogni sterile filosofeggiare.


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