Un piccolo racconto, dal mio punto di vista, del festival “Paesi tuoi”.
Il nome viene dal primo romanzo di Cesare Pavese. Non è una citazione decorativa: il festival è nato nel 2024 a Brancaleone, il paese calabrese dove Pavese fu mandato al confino. Due anni dopo, il progetto si è sdoppiato ed è arrivato per la prima volta a Fasano dal 17 al 19 luglio.
L’edizione pugliese è stata organizzata dall’Associazione SCIÀ con il patrocinio del Comune di Fasano, in collaborazione con la Scuola del libro, Officine Fotografiche Roma e la libreria La Città incantata, con il contributo di TrackDesign. La direzione artistica è di Livia Condemi, Annalaura Tamburrini, Antonietta Rubino e Alberto Mocellin.
Una domanda semplice, e per niente innocua
Il filo dei tre giorni era la differenza tra un luogo e un posto. Il luogo è geografia; il posto è dove decidi di stare. Le tre giornate avevano tre parole: riconoscersi, germogliare, sedimentare.
Per anni, dalle nostre parti, partire è stato considerato normale. Quasi obbligatorio. Nessuno però avvertiva chi partiva del vuoto che si sarebbe portato dietro e quello che avrebbe lasciato qui. Un festival che ha provato scambiare quei vuoti, e riempirli reciprocamente, mettendo al centro i paesi e chi ci abita. D’altra parte Cesare Pavese scriveva in “La Luna e i Falò”:
“Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti“
Cosa è successo
Si è aperto venerdì in piazza Mercato Vecchio, trasformata in un piccolo salotto a cielo aperto. Nadeesha Uyangoda ha presentato Acqua sporca (Einaudi) — in dozzina allo Strega e vincitore del Campiello Opera prima — in dialogo con Giulia Trincardi. La storia di una donna che torna indietro, verso la sua Itaca personale, dopo trent’anni.
A seguire, la conversazione con le artiste e gli artisti di Nostalgia futura, la mostra collettiva di fotografia e videoarte allestita al Museo della Casa alla fasanese: quindici opere nate da una open call internazionale, quindici modi diversi di rispondere alla domanda su cosa fa nascere il senso di appartenenza. Ingresso gratuito.
La sera si è chiusa nel Chiostro dei Minori Osservanti, che per tre notti è diventato un piccolo teatro senza sipario: Marco Cassini — fondatore di SUR e minimum fax — ha letto l’Animalia di Julio Cortázar con il pianoforte di Paolo Casali. A Fasano, dove dalla collina si sente ruggire i leoni dello Zoo Safari, leggere Cortázar aveva un suo senso involontario.
Sabato è toccato ad Antonio Lillo con Le mani dell’altro, in conversazione con Antonietta Rubino, e a Ilaria Gaspari con La reputazione, in dialogo con Cecilia Ricciarelli — un romanzo sul quartiere che diventa paese, e sul paese che diventa sorveglianza. In chiostro, a tarda sera, Fabrizio Gabrielli ha raccontato Eduardo Galeano e il calcio come luogo di appartenenza.
Domenica la fumettista Fiamma ha presentato il graphic novel Nodi (Bao) con Antonio Di Summa, e Gaja Cenciarelli il suo Il rivoluzionario e la maestra (Marsilio) con Cinzia Cupertino, che a Fasano insegna e da anni lavora sulla promozione della lettura.
Accanto agli incontri: un workshop di cianotipia all’Oratorio del fanciullo, letture ad alta voce per bambini dai 6 ai 10 anni e un corso di scrittura in due lezioni alla Biblioteca di comunità I Portici.
La scelta dei luoghi
Il festival non si è inventato una location da cartolina, di quelli perfetti con mega palchi e schermi infiocchettati di sponsor. È rimasto nel centro, negli spazi che la comunità attraversa tutto l’anno: la piazza, il chiostro, il museo, la biblioteca. E ha portato le persone anche in una sede non convenzionale come l’Oratorio del fanciullo, che un lavoro di comunità lo fa da sempre, tutti i giorni, senza festival.
È una differenza politica, non estetica. Un evento che usa un paese come sfondo se ne va e non lascia niente. Un evento che usa gli spazi vivi di un paese li restituisce a chi li abita con un significato in più. Nel primo caso costruisci una vetrina, nel secondo un’infrastruttura.
E poi c’è la cosa che si vede meno. Dietro ogni riuscita ci sono ore di lavoro non pagato, permessi, transfer gratuiti, pasti, ospitalità, sedie da spostare, telefonate. Volontarie e volontari. Vale la pena dirlo ogni volta, perché è la parte che nei comunicati sparisce sempre. Un progetto partito dal basso, con il contributo di volontari e di alcune associazioni del territorio.
Cosa ci resta
Tre giorni non cambiano un territorio. Ma indicano una direzione possibile: una cultura che non cala dall’alto e non arriva da fuori come un pacco, ma nasce dal confronto tra chi abita un posto e chi lo attraversa. Un ponte tra Sud e Sud, per usare le parole degli organizzatori.
Il compito di chi amministra, a questo punto, è abbastanza chiaro: dare continuità, non applausi. Spazi disponibili tutto l’anno, procedure semplici, programmazione che non riparta da zero ogni estate. Il resto (le idee, l’energia, la competenza) a Fasano c’è già. E quando non basta, troviamo sempre i posti giusti dai quali andarla a prendere.


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