Ho finalmente visto Due spicci, l’ultima serie di Zerocalcare. Ho quarant’anni, la sua stessa età, la sua stessa generazione e sono pure Sagittario (per quanto agli Oroscopi non ci credo proprio). Per tutti gli otto episodi ho avuto la sensazione di guardarmi allo specchio.
Non perché la mia vita assomigli a quella di Zero. Ma perché la precarietà che racconta lui non è quella dello stipendio: è più sottile. È la sensazione di essere sempre un passo indietro, di aspettare un turno che non arriva mai.
Siamo cresciuti guardando i più grandi. Aspettando che si liberasse il posto, che toccasse a noi, che finalmente arrivasse “il momento in cui tutto si sistema”. Poi ti accorgi che quel momento non esiste, e che intanto stai diventando tu quello grande, senza esserti mai sentito pronto.
C’è un’altra cosa in cui mi sono ritrovato. Zerocalcare racconta bene la paralisi: quella di chi rimanda, di chi trasforma ogni scelta in un ragionamento infinito, di chi davanti a una porta aperta resta fermo sulla soglia. E poi c’è l’Armadillo che ognuno di noi ha accanto (ognuno con il proprio accento dialettale): quella voce che commenta, che ti ricorda i rischi, che sa sempre trovare il motivo per aspettare ancora un attimo e rimproverarti.
Anche io, come un po’ tutti, ho quelle circostanze in cui non mi butto. Non per pigrizia, ma per paura. Il mio Armadillo, quando serve, è bravissimo a darmi ragione. I treni passano. A volte ripassano pure. E noi restiamo lì, sulla banchina, a pensare se salire o meno. Un lavoro, gli affetti, un’uscita, una rinuncia. Molto spesso aspettiamo, e l’occasione svanisce.
Ognuno di noi ha le sue paure, e quelle paure ci fanno perdere occasioni che restano lì, come piccoli conti in sospeso con noi stessi. Non a caso il titolo non parla solo di soldi: i “due spicci” sono i buffi, i debiti in senso lato, le cose lasciate a metà che prima o poi tornano a bussare.
È una caratteristica della mia generazione: quel modo di stare al mondo un po’ storto, sempre leggermente fuori tempo.
C’è una scena, verso la fine, che mi ha spiazzato. La madre gli dice una cosa semplice: che a lei importa solo che lui sia felice. E lui, invece di rispondere, parte per la tangente trasformando la felicità nella ricerca infinita di chiunque sia mai nato. Sotto la battuta c’è qualcosa di più scomodo: il senso di colpa. Come tanti di noi racconta di aver avuto amore, cura, un’infanzia protetta, e proprio per questo sente di non avere nemmeno il diritto di non essere felice. Come se dentro ci fosse una porta che non si apre, e nessuno da incolpare. Anche questo è figlio delle nostre paure più nascoste, e nessuno è relativamente escluso.
Poi però c’è l’altra faccia della medagli, ed è la cosa che di Zerocalcare mi piace di più: le relazioni che restano. Gli amici di sempre, i compagni di viaggio con cui sembra che non cambi mai niente. Cambia tutto intorno (il lavoro, i soldi, le città) ma loro fondamentalmente no. Se hai loro, la precarietà fa un po’ meno paura. Il peso delle paure puoi condividerlo anziché portarlo tutto addosso con lunghi film mentali fomentati dall’Armadillo.
Mi piace che Zerocalcare non offre una morale, ma una riflessione. In modo che ognuno può aderirla al proprio percorso e alla propria fase della vita. Però una cosa la penso: buttarsi non vuol dire smettere di avere paura. Vuol dire farlo lo stesso, con la paura addosso. Il navigatore, quando trova la strada chiusa, ricalcola. Forse è questo che ci resta da imparare: ricalcolare, invece di aspettare ancora il nostro turno.


Lascia un commento