Non un anno qualsiasi, ma il primo da insegnante. Dopo aver cambiato strada, cambiato città, cambiato ritmo, cambiato pelle. Da qualche giorno il suono dell’ultima campanella è diventato silenzio, sento il piacere di fermarmi un attimo a scrivere. Non per tirare somme, ma per fissare un punto. Forse per non dimenticarlo. Anche se sarà difficile dimenticarlo.
Ricordo ancora il primo giorno, quando sono entrato in classe – sia in 5G che in 5F – e ho esclamato, tra il serio e il provocatorio: “Ho lasciato la Rai per venire a insegnare, quindi non fatemi pentire.”
Pensavano scherzassi. Nei loro occhi all’inizio c’era stupore. Per quella scelta che sembrava fuori dagli schemi. Ma anche curiosità: di capire com’è fatta la più grande industria culturale del Paese, e cosa c’entrasse con loro.
Da lì è cominciato tutto.
Abbiamo fatto davvero tante cose quest’anno. Le visite in azienda, gli incontri con gli imprenditori, un’esperienza di PCTO all’estero a Berlino. Momenti concreti, vivi e pieni di stimoli per cercare di offrire uno spaccato del mercato del lavoro e del mondo professionale. Esperienze che, spero, lascino un segno anche dopo.
Il bilancio per me, oggi, non può che essere più che positivo.
Ora, dopo gli esami di maturità, saluto i ragazzi di quinto. Pieni di sogni, ma anche sane paure del futuro. Il lavoro, gli studi e la città. Non ci sarà più la quotidianità, le battute in corridoio, le spiegazioni che partono da un disegno sulla lavagna e finiscono chissà dove. Li guardo andare, e penso al loro futuro. Alla strada che ognuno di loro proverà a costruire. E penso anche alla mia vita da studente, a quegli anni bellissimi al Tecnico Industriale che hanno segnato la mia vita.
A loro auguro di non smettere mai di cercare la propria direzione. Di non perdersi. E se si dovessero perdere, gli auguro di ritrovarsi.
E a me stesso auguro di portarmi dietro ogni loro sguardo, ogni fatica, ogni sorriso. Perché il primo anno non si dimentica. E perché, alla fine, insegnare è anche questo: restare un po’ nelle vite degli altri, anche quando si va via.
E intanto si riparte.
Restano gli studenti delle altre classi. Anche loro con le loro domande, le giornate complicate, l’adolescenza che deve trasformarsi giorno dopo giorno in maturità e formazione umana e professionale. E restano i colleghi, quelli della nostra comunità educante dell’IISS Archimede di Taranto, con i quali abbiamo condiviso il lavoro, ansie e gioie per guidare i “nostri” ragazzi e per sostenerci a vicenda.
E arriveranno altri studenti, altri percorsi, altri primi giorni.
Non sarà più il primo anno, ma sarà comunque l’inizio di qualcosa.
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